
locandina
della mostra
Restauro
e dintorni
Affreschi
XV - XVII
sec.
L’Associazione
"Il Castellaccio”,
nel promuovere e realizzare la mostra “Restauro e dintorni”, intende
proseguire nell’opera di valorizzazione del millenario paese di Capronno, con
la riscoperta della sua storia e di tutto quanto questa può documentare.
Un
primo passo è stato fatto con il recupero della Cappella di S. Ambrogio legata
da oltre 500 anni, e forse più, alla devozione popolare, parte delta mostra è
proprio dedicata al restauro dell’affresco della Cappella.
Un
secondo passo, importante ed impegnativo, inizia con questa mostra:
all’interno della Sagrestia, che è l’edificio dell’antica chiesa di S.
Maria Maddalena, si sono
individuati affreschi
risalenti al 1500 ed al 1400. E’ intenzione dell’Associazione di riportare
alla luce l’intero ciclo pittorico e, nel contempo, riscoprire le vestigia più
antiche della Chiesa di S. Maria Maddalena.
Realizzazione
della mostra a cura di:
Luciano
Besozzi
Valentina
Besozzi
Silvano
Consoli
Magda
Cogliati
Don Ambrogio Cortesi
Fernando Don Santos
Roberto
Ghiringhelli
Silvana
Giuliani
Paola
Guerriero
Erminio
Valerio Pizzinato
Paola
Viotto
Si
ringrazia Don Rino Villa per la disponibilità dimostrata alla realizzazione
della mostra.
Il
Paese
Capronno
è sempre stato un paese esclusivamente agricolo, con una presenza importante di
“masserie”, cioè di aziende agricole, comprendenti terreni, case e
bestiame, concessi in affitto (livello) a famiglie, e con una presenza minore di
lavoranti giornalieri.
Un
esempio di “masseria” ben documentata, e tale da poter essere presa ad
esempio, è quella di Francesco Ghiringhelli, vissuto dal 1662 al 1725;
interrogato nel 1722 nel corso delle prime operazioni per il Censimento
Austriaco dichiara di abitare a Corte, con la sua famiglia di 18 persone,
vivendo con lui anche i figli già sposati; la proprietà è stata data in
affitto dai Conti Borromeo ai suoi avi quasi cento anni prima, e comprende la
casa, 100 pertiche di terreno aratorio (di cui metà con piante di vite), 40
pertiche di prato, 50 pertiche di pascolo e 100 pertiche di brughiera. Di
affitto paga, ogni anno, 3 moggia di mistura, (metà segale e metà miglio), 12
stara di frumento, 5 capponi, 5 pollastri. Il vino ricavato viene diviso a metà,
mentre le foglie dei gelsi vanno totalmente al proprietario.
Praticamente
identica è la situazione di altre due masserie, documentate nello stesso
periodo, e condotte da Giuseppe Signorello e da Carlo Brebbia, anch’essi
fittavoli dei Conti Borromeo.
Le
tasse sui terreni sono pagate dai proprietari, mentre le tasse personali sono
pagate dai contadini.
Le
attività artigianali non sono quasi mai documentate, se non incidentalmente,
rivestendo sicuramente un aspetto di attività marginali o complementari
dell’attività agricola, utili in un piccolo centro: ad esempio, un Carlo
Ghiringhelli, vissuto dal 1719 al 1791, in alcuni atti è indicato come “calzolaro”,
mentre di solito è qualificato come “massaro a Corte”. Alla
fine del 1700, quando tre famiglie di Tollini si stabiliscono a Capronno,
provenienti da Brebbia, uno del figli, Giuseppe Antonio Tollini, è qualificato
come “tessitore”, ma negli anni successivi appare come contadino.
La popolazione di Capronno
Il
primo abitante di cui ci sia giunto il nome è “Halhisus figlio di Pietro de
Vico Caurono di legge longobarda”, come viene definito in una pergamena del
966.
Nel
secoli successivi, compaiono altri Capronnesi, in alcuni documenti, con la
generica denominazione “de Caprono”, e solo nel 1500 i nomi cominciano ad
essere accompagnati da un cognome.
Dai
dati dei censimenti del 1530 e 1537, Capronno appare come un piccolo villaggio,
di soli 5 nuclei famigliari, 4 di massari ed uno di pigionante: Filippo e Andrea
de Caprono, Giuseppe de Chelio, Francesco de Ispra e Giovanni de Lissanza. Nel
1545 appaiono i primi cognomi, più soprannomi che altro, Francesco Longo e
Bidino del Piano: le famiglie sono sempre 5, per un totale di 11 persone. Negli
anni successivi la popolazione sembra aumentare in modo molto rapido, fino ai 19
focolari del 1564, per circa 65 persone: troppo, per un periodo di soli 20 anni,
sia pur caratterizzati in tutto il Ducato di Milano da una forte crescita
demografica. Forse non sono completi i dati dei primi anni del secolo, a dopo la
metà del secolo sono state spostate a Capronno nuove famiglie di massari.
La
peste del 1630-31, il saccheggio e la quasi distruzione del paese nel 1636 ad
opera dei Francesi, hanno sicuramente portato ad una forte diminuzione della
popolazione, immediatamente reintegrata dall’arrivo di nuove famiglie di
massari, come appare dai nuovi cognomi apparsi dopo il 1636.
Tipico
è il caso dei Ghiringhelli, di cui si ha notizia per la prima volta nel 1638 in
un atto di battesimo: a Capronno vi sono tre nuclei famigliari, non sappiamo se
imparentati tra loro, forse provenienti dalle valli piemontesi del Lago,
anch’esse feudo Borromeo. Queste tre famiglie daranno origine ad uno del ceppi
più antichi di Capronno, ancora presente, e che nel 1897 contava 15 famiglie
solo a Capronno, 4 ad Angera, ed altre ancora nei paesi vicini.
Altre
famiglie, attualmente rappresentate a Capronno, come i Bianchi, i Tollini e i
Signorelli, sono presenti da oltre 200 anni; di altre, ad esempio dei Cardana,
presenti dal 1650 circa alla seconda metà del secolo scorso, è rimasto il
ricordo nel nome di “Corte Cardana”
La
popolazione è
rimasta sostanzialmente stabile, meno di 90 persone, per oltre un secolo, fino
al primi decenni del 1700, per poi salire lentamente; l’aumento è diventato
esplosivo a partire dal 1830, fino ad arrivare ad oltre 350 persone alla fine
del secolo scorso, quando solo l’emigrazione potè sanare una situazione
diventata insostenibile, anche per la scarsità di case.
La
famiglia De Sancto Stefano
La
Chiesa di S. Maria Maddalena viene descritta, nella Visita Pastorale del 1569,
come quasi in rovina, senza tetto, e nello stesso anno la comunità viene
invitata a provvedere a rifare il tetto e il pavimento. Nel 1579 la Chiesa non
solo appare restaurata, ma gli uomini di Capronno e di Barzola si impegnano a
mantenere un sacerdote stabile, per il quale a Capronno è stata anche costruita
una piccola abitazione.
A
questo periodo appartengono gli affreschi appena scoperti nella attuale
Sacrestia, corrispondente alla antica Chiesa, come chiaramente appare dalla data
1578.
Tutta
questa attività appare in contrasto con le possibilità economiche di una
comunità di poco più di una decina di famiglie di contadini, e difficilmente
spiegabile se non con l’intervento di qualche “mecenate”. Una delle
ipotesi che allo stato attuale delle conoscenze può essere fatta, parte dalla
descrizione della Visita Pastorale del 1604, in cui viene detto che nel
pavimento della Chiesa vi è il sepolcro della famiglia “de Santo Stefano”
(e tale sepolcro era ancora visibile nel 1786).
Questo
cognome non compare in alcun documento relativo alla popolazione ed era quindi
difficilmente riconducibile ad una famiglia abitante a Capronno.
Solo
l’esame del contratti di vendita e di affitto del 1500 ha permesso di
tracciare una possibile storia di questa famiglia, ricca per gli standard del
tempo, e che avrebbe potuto benissimo essere il “mecenate” cercato.
Nel
1519 tre abitanti di Capronno, Battista, e i fratelli Jacobo e Bartolomeo,
prendono in enfiteusi “in perpetuum duraturi” beni e immobili da BartoIomeo
Merzagora di Angera; la casa, in parte coperta con coppi ed in parte con paglia,
è molto grande, ed è situata probabilmente a Corte; I terreni assommano a
qualche centinaio di pertiche.
Nel 1607 Desiderio Merzagora, discendente di Bartolomeo, paga a Giovanni Maria, Bartolomeo e Giovanni Andrea de Santo Stefano, discendenti degli affittuari del 1519, la somma di L. 5250 (una cifra enorme, per i tempi), per riprendersi “l’utile dominio” e il “naturale possesso” dei beni e per ricompensarne i miglioramenti apportati nei quasi cento anni; la maggior parte della somma viene però pagata ai creditori dei de Santo Stefano.
Negli
anni dal 1590 al 1614, i
de Santo Stefano vendono tutti i loro possedimenti, e nel 1623, quando gli
abitanti di Capronno giurano fedeltà al nuovo Signore Feudale, il cardinale
Federico Borromeo, i de Santo Stefano non compaiono più, e da allora se ne è
persa ogni traccia.
Il
cognome “de Santo Stefano” compare per la prima volta nel 1571, e
successivamente in tutti gli atti
notarili relativi a
cessioni di terreni, mentre non compare mai in altri atti; nel 1579, quando gli
uomini si impegnano a mantenere un sacerdote, un Giovanni Ambrogio (che sappiamo
essere un de Santo Stefano, da altri documenti) si impegna personalmente a
pagare ogni anno due scudi e mezzo per la celebrazione di una messa ogni sabato.
Nel
documenti di quegli anni, accanto al nome, sovente appare anche la particella
“Ms”, che veniva di solito data a personaggi importanti o alla piccola
nobiltà di campagna.
L’immagine
che si può ricavare da tutti i documenti riguardanti la famiglia, di cui si è
potuto ricostruire, con buona sicurezza, l’albero genealogico, è quella di
gente che è giunta ad un buon grado di agiatezza, ma che non ha poi saputo
mantenere tale ricchezza, forse per aver voluto vivere sopra le proprie
possibilità; in questo quadro si inserisce bene una possibile munificenza nel
confronti della Chiesa, ripagata dal prestigio derivante alla famiglia dalla
sepoltura nella Chiesa stessa.
S. Maria Maddalena di Capronno fino al 1600
La
prima notizia della Chiesa si trova, come per quasi tutte le Chiese della
Diocesi di Milano, nel “Liber Notitiae Sanctorum”: a Capronno, alla fine del
1200, esiste una Chiesa dedicata a Santa Maria. Per oltre due secoli non si sono
trovate, fino ad ora, altre notizie, e solo nella seconda meta del 1500 la
Chiesa riemerge dall’oblio: nel 1565, con la prima delle Visite Pastorali
volute da Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, il Prevosto di Angera, Stefano
Colonna, visita tutte le Chiese della sua Pieve, tra le quali quella di S. Maria
Maddalena di Capronno non fa alcuna descrizione dell’aspetto della Chiesa, ma
si limita a scrivere di avere trovato tutto in ordine, che in essa celebra una
volta la settimana un prete di Angera, e che la Chiesa stessa non possiede alcun
reddito, se non quello che si ricava dalle donazioni della Comunità; sui beni
di dote gli abitanti di Capronno sono stati evidentemente reticenti, dato che
nel resoconto della Visita successiva, fatta da San Carlo in persona nel 1567, la Chiesa risulta essere dotata di alcune terre, e di altri beni indebitamente
trattenuti da persone del luogo.
L’aspetto
della Chiesa non e’ descritto, si ha solo un accenno alla struttura; ha un
campanile, con una sola campana, e, all’esterno, dalla parte del cimitero, un
portico sotto il quale vi e’ un altare; una prima descrizione sommaria si ha
solo nella Visita del 1569, fatta da Leonetto Clivonio, delegato di Carlo
Borromeo: la Chiesa e’ in cattive condizioni, con il soffitto crollato e il
pavimento rotto, e l’altare si trova sotto una volta dipinta; a sinistra
dell’altare c’è una sacrestia, nel campanile. All’esterno, vi è un
cimitero aperto.
Nel
decennio successivo, in tre diverse riprese, vengono date disposizioni: nel 1569
si ordina il restauro del tetto e del pavimento e l’imbiancatura delle pareti
(Vicario Foraneo Ambrogio Conturbia, da Besozzo); nel 1571 la sistemazione delle
finestre, la posa di steccati in legno, la copertura con pietre delle sepolture
e la costruzione di un confessionale; nel 1577 di nuovo l’ordine di imbiancare
le pareti e di rifare il soffitto; San Carlo insiste soprattutto per il recupero
delle terre di dote delta chiesa, e gli ordini sono perentori per gli abitanti
di Capronno.
L’edificio
di cui si parla in questo periodo non è quello attualmente visibile, ma la
parte oggi utilizzata come sacrestia: la costruzione della nuova Chiesa, nella
seconda metà del secolo scorso ha fortunatamente quasi interamente conservata
l’antica struttura, inglobandola nel nuovo edificio.
L’antica
chiesa non era altro che un oratorio, di dimensioni adatte ad una piccola
Comunità come quella di Capronno, che, nel 1500 era costituita da circa 8
famiglie; ha una semplice facciata con un frontespizio, con il campanile sul
lato sinistro di chi guarda la facciata stessa; la porta d’accesso era sul
lato destro dalla parte del portico e del cimitero, non essendovi sufficiente
spazio piano sul davanti, tra l’altro ostruito da un muraglione posto a pochi
passi. L’interno e’ povero, ma decoroso, costituito da una prima navata
rettangolare, con l’altare posto sotto una volta, in un coro sul fondo della
chiesa stessa, più piccolo della navata; da questo si accede ad una piccola
sacrestia, posta sul lato meridionale; a ridosso della sacrestia, a piccola casa
del Capellano. Le pareti sono in parte dipinte, ed in parte da intonacare e
imbiancare; la cappelletta a volta, sotto la quale sta l’altare, è dipinta in
fronte con il Crocefisso, la B.V. Maria, S.Giovanni, S.Quirico e Santa Maria
Maddalena.
Questa
prima precisa descrizione e’ contenuta nel resoconto della Visita Pastorale di
Bernardino Taurisio, delegato da Carlo Borromeo, nel 1579; le misure
dell’edificio sacro (12 braccia in lunghezza ed in larghezza, ed 8 in altezza)
non concordano bene con le dimensioni attualmente rilevabili per la lunghezza,
facendo sorgere il dubbio che il campanile fosse posto all’esterno del lato
costituente la facciata, e successivamente portato all’interno delta navata,
in un successivo allargamento.
Negli
anni successivi, viene aperta la porta sulla facciata e sistemato il piazzale
antistante: tanto si rileva dalla Visita Pastorale di Federico Borromeo, del
1604, e dai successivi decreti; i mobili e gli arredi sacri sono migliorati, e
tutta la chiesa ha un aspetto più decoroso, le pareti sono imbiancate, e “qua
e là dipinte”.
S. Maria Maddalena di Capronno dal 1600
Per
quasi tutto il 1600 mancano descrizioni della Chiesa, e vi sono solo ordini,
disposizioni e inventari dei beni; a Capronno non risiede un Cappellano stabile,
e le messe festive, per molti anni celebrate una domenica a Barzola ed una a
Capronno, sono affidate in genere a preti di Angera o frati del Monastero di S.
Caterina, sempre di Angera.
La
mancanza di una assistenza religiosa continua, soprattutto l’impossibilita dei
conforti per i moribondi e l’insegnamento dei rudimenti della Dottrina
Cristiana, sono il cruccio degli abitanti di Capronno, che in questo periodo
ammontano a circa una quindicina di famiglie (la diminuzione dovuta alla peste
del 1630 è compensata dall’arrivo di nuove famiglie negli anni immediatamente
successivi): richiedono in continuazione un Cappellano Stabile, (è del 1569 la
prima commovente lettera a san Carlo sull’argomento), ma senza alcun risultato
per quasi tutto il secolo; la povertà della dotazione non permetteva un reddito
stabile, tale da mantenere un Cappellano.
Nel
1683 si ha la Visita Pastorale dell’Arcivescovo Federico Visconti, di cui
resta un breve resoconto, con misure molto approssimative dell’edificio (circa
20 cubiti in lunghezza e 12 in larghezza); vengono però poste le basi per
l’erezione di una Cappellania stabile, che avviene con istrumento del 15
gennaio 1684: si stabilisce la dotazione della Chiesa, che dà una rendita di
circa 400 Lire sufficiente al mantenimento di un sacerdote, mentre la Comunità
di Capronno da una parte, ed il Conte Borromeo dall’altra, si impegnano alla
manutenzione della Chiesa e della casa di residenza. La Comunità si riserva il
diritto di eleggere il Cappellano.
Da
questo momento, per quasi cento anni, a Capronno risiede stabilmente un
sacerdote: di questo periodo abbiamo molti documenti amministrativi, ma nessuna
descrizione della Chiesa, se non quella del 1749, relativa alla visita
dell’Arcivescovo Pozzobonelli: l’oratorio, della lunghezza di 18 braccia per
10 di larghezza e altezza, è povero ma dignitoso; viene solo descritto un
quadro di santa Maria Maddalena.
Nel
1774 l’ultimo Cappellano titolare cede al Conte Borromeo l’amministrazione e
il godimento del beni della Cappellania, in cambio di una pensione vitalizia, di
Lire 160 l’anno; iI Borromeo deve provvedere anche ad assicurare la presenza
di un sacerdote.
Della
Visita Pastorale del 1786, Arcivescovo Filippo Visconti, si ha un resoconto
molto particolareggiato dell’Oratorio, che ha un aspetto decisamente migliore
rispetto a quello descritto nel 1749. Appesi alle pareti vi sono, da una parte,
tre quadri, uno rappresentante il Crocifisso, posto fra S. Ambrogio e Santa
Maria Maddalena, gli altri due S. Caterina e la Natività della Vergine;
dall’altra parte, due quadri, uno con S. Maria Maddalena e l’altro con S.
Pietro. Il coro è posto sotto una volta ricoperta a calce, e ad esso si accede
attraverso un arco, sulla cui facciata esterna, a destra, vi è dipinta nel muro
un’immagine delta Beata Vergine, e a sinistra una nicchia, con una statua in
legno di S. Giuseppe. La chiesa è lunga 13 braccia, larga 8 ed alta 6; sul lato
destro vi è la sacrestia, sul lato sinistro la casa di residenza del
Cappellano.
Dopo
la morte del Cappellano, nel 1786, non si riesce più a trovare un sacerdote che
voglia risiedere stabilmente a Capronno, sia per la scomodità che per
l’esiguità della rendita, e quindi nel 1789 il Borromeo cede al Consiglio di
Governo i Beni del Beneficio di S. Maria Maddalena, mentre la Comunità rinuncia
al diritto di eleggere il Cappellano, in cambio di un sacerdote residente, e
regolarmente stipendiato; l’istrumento dell’accordo viene fatto il 19 aprile
del 1794.
La
chiesa è diventata piccola per la Comunità, che ammonta ora ad oltre 150
persone, e vi sono continue richieste di sussidi per allungare l’edificio,
aggiungendo un altro coro a quello esistente; ma nulla viene fatto, anche perchè
gli sconvolgimenti politici dei successivi anni coinvolgono anche Capronno, con
l’arresto e l’imprigionamento del sacerdote per motivi politici. La
Cappellania viene retta dal coadiutore di Angera, e successivamente da sacerdoti
che, per un motivo o per l’altro, restano pochissimo tempo a Capronno.
Solamente net 1828 si riesce ad ingrandire la chiesa, con la costruzione del nuovo coro e l’allargamento della sacrestia: i lavori comportano l’abbattimento del muro di fondo del vecchio coro, quello con la volta, un tempo dipinta.
I
lavori non dovettero essere eseguiti a regola d’arte, poiché una perizia del
1856 rileva situazioni pericolose per la stabilità; intanto l’aumento della
popolazione (oltre 200 persone all’epoca della perizia e che arriverà a quasi
400 persone a fine secolo) rende sempre meno utilizzabile la chiesa; il progetto
del nuovo edificio e’ del 1863 e circa 20 anni dopo la nuova chiesa, che come
si e’ detto, ha fortunatamente conservato come sacrestia la parte principale
del vecchio edificio, viene aperta al culto.
Il
distacco dell’affresco raffigurante al Madonna che allatta il Bambino è
attribuibile, secondo la memoria degli abitanti, agli anni trenta di questo
secolo.
La Chiesa di Capronno: i Cappellani
Nei
secoli XVI e XVII Capronno non ha un Capellano fisso, si alternano sacerdoti
“mercenari”, che ricevono cioè una mercede, in natura o in denaro, per ogni
messa celebrata; sovente sono frati, provenienti dai Serviti di Angera, o da
Arona.
Dai
documenti Si ricavano alcuni nomi:
1567
Ettore Besozzi
Canonico di Angera
1571
Zaccheo Colonna Canonico di Angera
1588
Frate Ambrogio
dei
Carmelitani
1620
Hieronimo Buzzo Canonico di Angera
1625
Frati vari
Padri Serviti di Angera
Con
l’erezione della Cappellania di Capronno, nel 1684, si hanno Cappellani
stabili:
1694-1717
Carlo Besozzi
dimissionario
1717-1728
Carlo Antonio Magri
di Arona
1728-1736
Melchiorre Curione
di
Arona
1736-1741
Carlo Egidio Berna
di Milano
1741
–1763 Giovanni Maria Mendozza
di Angera
1763-1774
Giuseppe Mendozza
di Angera
1774-1782
Francesco Brovelli
1783-1786
Teodosio Badia
Dal
1789, data dell’erezione della Coadiutoria di Capronno, i sacerdoti stabili
sono:
1791-1792 Ignazio Ravoli
dimissionario
1792-1801 Antonio Niccolini
di Genova
rimosso e
incarcerato perchè contrario al nuovo regime politico
1801
Francesco Croci
1817-1818
Francesco Pozzi
di Gemonio
1819-1821
Giacinto Carozzi
dimissionario
1821-1823
Giuseppe Maria Gariboldi
1824
Antonio Macchi
1890
Carlo Ferrario
Piero Forni
1901-1902
Leopoldo Campiglio
di Comabbio
1903-1943
Stefano De Servi
di Rescaldina
1946-1973
Enrico Saporiti
Affreschi
della chiesa di Santa Maria Maddalena a Capronno
Gli
affreschi attualmente visibili appartengono a due gruppi distinti.
Il
primo é costituito da quanto sta venendo alla luce sulla parete settentrionale
della navata originale. E’ già riconoscibile una serie di riquadri,
incorniciati da motivi ornamentali. Il primo a destra contiene una figura già
in gran parte leggibile, ed è fornito in alto di una scritta da cui si ricava
il nome del Santo raffigurato (Bartolomeo) e la data 1578. Questa data è
perfettamente coerente con le caratteristiche stilistiche della parte di figura
già scoperta e con la tipologia della cornice decorativa.
E’
da notare che la Visita pastorale del 1579, pur non facendo alcuna menzione di
questi affreschi, registra un generale miglioramento della situazione
dell’edificio rispetto alle condizioni rilevate net 1569. Si può quindi
pensare che questo intervento decorativo si inquadri nell’ambito di una serie
più ampia di lavori, comprendenti tra l’altro il rifacimento del pavimento e
del soffitto.
Il secondo gruppo di affreschi interessava invece le pareti e la volta dell’abside. Attualmente sono visibili soltanto alcune parti solo al di qua e al di là della parete divisoria, ascrivibili comunque con notevole sicurezza ad una stessa mano. Quanta già emerso, in particolare il viso di Santo a destra e la figura del leone nella volta permettono di ipotizzare l’esistenza di un complesso decorativo unitario. Questo doveva comprendere in alto l’immagine del Cristo (del Padre Eterno) nella mandorla, circondato dai simboli degli Evangelisti, e in basso una serie di figure di Santi, con l’eventuale presenza di una Crocifissione sul muro di fondo.
Tale
ipotesi è confortata e completata dalle risultanze delle visite pastorali. In
particolare si veda nel 1579 l’indicazione “cappella a volta, dipinta in
fronte con le pitture del Crocefisso, della B.V. Maria, di San Giovanni, di S.
Maria Maddalena e di S. Quirico”. Questo muro di fondo, in parte abbattuto nel
1828 per consentire un ampliamento dell’edificio, aveva già subito modifiche
prima della fine del Settecento. La visita del 1786, che risulta particolarmente
dettagliata, fa infatti presumere che vi fosse già stata ricavata una nicchia
per collocarvi l’immagine della Vergine. La stessa visita menziona, sulla
volta, “l’effigie dell’Eterno...?... con un cartello che porta scritto
“Ego sum Lux mundi”.
Tutti
questi dati fanno pensare ad un gruppo di affreschi riconducibile ad un
programma iconografico comunissimo in tutto il territorio dell’Alto Varesotto
fino al Cinquecento avanzato. Si possono citare a tal proposito innumerevoli
esempi, sia in chiese di una certa importanza sia in oratori di campagna, dal
San Pietro di Brebbia al San Defendente di Ceresolo.
Quanto
finora emerso non permette ancora di stabilire dei precisi paralleli stilistici
con altre opere presenti nella zona circostante. Pare comunque possibile
avanzare una datazione intorno alla metà del Quattrocento.
E
un discorso a parte merita l’affresco strappato della Madonna con Bambino ora
appeso nella sagrestia. Pare che esso si trovasse in origine sul lato destro
dell’arco trionfale, ciò che concorda con quanto affermato nella visita del
1786: “Alla destra della facciata dell’arco si vede, dipinta nel muro,
l’effigie della Beata Vergine”. Durante lo strappo la pittura ha subito
diversi danni e oggi reca segni evidenti di ritocchi, alcuni del quali, in
specie al volto del Bambino, forse già precedenti all’operazione. Tuttavia
sono presenti alcune analogie (nella tipologia del viso e in particolare della
bocca della Vergine, nel modo di trattare i bordi decorativi...) con gli
affreschi dell’abside.
Maggio
1993

affresco del '400 raffigurante la madonna che allatta
Oratorio
di S. Ambrogio di Capronno
S.
Ambrogio è pochissimo documentato nei secoli, e completamente ignorato nei
resoconti delle Visite Pastorali, di solito malta precise e meticolose quando si
tratta di Chiese ed Oratori, anche se in rovina; sembra quasi che S. Ambrogio
non sia stato un luogo di culto ufficiale, anche se nel 1500 appare dotata di
terreni, che assicurano una rendita. Sembra non esistere, ma il suo nome compare
talvolta accostato a quello della chiesa principale, che diventa “di S. Maria
Maddalena e S. Ambrogio”; nel resoconto dei danni del saccheggio del 1636 la
Chiesa di Capronno addirittura è detta “di S. Ambrogio”.
La prima notizia è del 1571: il Prevosto di Angera Francesco Ranzio, in un elenco delle Cappelle della Pieve di Angera, ricorda “la Cappella di S. Ambrogio, nel luogo di Capronno, dotata di un campo di 8 pertiche nel territorio di Capronno. In essa non si celebra”. In quegli anni, dopo le visite Pastorali di S. Carlo, e dei suoi delegati, vengono recuperate tutte le terre di proprietà di S. Maria Maddalena, indebitamente tenute da alcuni abitanti di Capronno: probabilmente, anche le terre di dotazione di S. Ambrogio passarono alla Chiesa maggiore.
Nel
1588, il Prevosto Crespi, scrivendo di Capronno, riferisce che “nei suoi
confini, vi è l’Oratorio di S. Ambrogio campestre”.
A
sostegno della tesi di un luogo di culto non ufficiale, c’è un documento, che
si può far risalire a circa il 1640; l’estensore (probabilmente il Prevosto
di Angera), dopo aver descritto la Chiesa di S. Maria Maddalena, riferisce che
“non lungi da essa vi è una celula pia, comunemente detta il Giesolo. Qui si
radunano frequentemente gli abitanti del luogo e raccolgono una certa quantità
di elemosine ed altre cose donate, con le quali si provvede alle necessità
della celula; con quanto avanza di queste elemosine, in accordo con il Prevosto,
si provvede alle sistemazione e ornamento dell’Oratorio di Capronno”.
Nel
1774, fra le carte scritte probabilmente in preparazione di una visita
pastorale, si trova un appunto su S. Ambrogio, mentre nei lunghi e minuziosi
istrumenti di erezione della Cappellania di S. Maria Maddalena del 1684, e di
quella successiva del 1789, non si trova alcun accenno ad esso.
Nell’istrumento
del 1806 riguardante la vendita di alcuni beni appartenenti alla Cappellania di
S. Maria Maddalena, si descrive un terreno “nel quale vi è una piccola
cappelletta denominata la Cappelletta di S. Ambrogio”.
Nella
seconda metà del 1800, nelle vicinanze di S. Ambrogio, vennero trovate alcune
decine di tombe longobarde: il materiale trovato venne prelevato dai Borromeo e
di essa si è persa ogni traccia.
Infine anche nel 1896, in occasione della Visita Pastorale del Cardinal Ferrari, di S. Ambrogio non viene fatta alcuna menzione.

Cappella di S. Ambrogio: esterno
Il
restauro di S. Ambroqio
Il dipinto è stato eseguito in due giornate: il primo
giorno il pittore ha dipinto il Cristo crocifisso, buona parte del cielo e dello
sfondo e S. Ambrogio; il secondo giorno si è dedicato alla raffigurazione della
Madonna in trono con il Bambino.
La
giornata è
la superficie d’intonaco applicata in una sola volta, e corrisponde al
lavoro che il pittore può compiere prima dell’asciugatura dell’intonaco,
elemento importante per ottenere
un buon fresco; nei
margini veniva terminata a scarpata, in modo che risultasse più agevole il
collegamento con l’intonaco delle giornate seguenti.
Il pittore, e il suo aiutante, ha cominciato con lo stendere uno strato di arriccio sul muro della cappellina; il muro, a supporto, è costituito da pietre di dimensioni variabili non squadrate e da pezzi più piccoli di cotto uniti da una malta composta da sabbia grossa non lavata e calce; l’arriccio e’ una malta costituita da sabbia non vagliata e calce, che viene stesa sul supporto per preparare il fondo su cui stendere l’intonachino.
In questo caso l’arriccio non è stato steso uniformemente sul supporto, ma è stato seguito l’andamento irregolare delle pietre, andamento che si riscontra anche sull’intonachino.
L’intonachino
è stato steso in uno strato molta sottile, liscio, ed è costituito da sabbia
fine, di granulometria costante, e da calce.
Una
volta steso l’intonachino, l’artista vi ha tracciato le incisioni,
cioè le linee principali del disegno con un’oggetto appuntito, linee che sono ancora visibili sul dipinto, per avere dei riferimenti
durante l’esecuzione dell’affresco.
Si può notare che nella prima giornata sono presenti poche incisioni a scandire lo spazio in cui rappresentare il Cristo e S. Ambrogio, mentre nella seconda giornata sono molto più numerose e rilevano con molta precisione il trono e il panneggio della veste e del manto della Madonna.
Il dipinto è stato eseguito a buon fresco, utilizzando tutti i colori consigliati dalla tradizione per dipingere su muro a fresco: sono stati usati colon minerali: terre rosse, gialle, verdi, utilizzati puri o miscelati tra loro.
Per
quello che riguarda una possibile datazione del dipinto ci si può basare
sulla sua tecnica esecutiva: l’intonaco lisciato segue l’andamento del
supporto, costituito da conci irregolari; è stato eseguito a buon fresco, cioè
sull’intonaco ancora umido; è stato dipinto dopo aver segnato le linee
costitutive del disegno con un oggetto appuntito, quindi si presuppone la
presenza di un cartone con il disegno preparatorio, che è stato appoggiato
sull’intonaco appena steso, che ha mantenuto, asciugandosi, le incisioni;
tutti questi particolari riconducono a tecniche in uso nei secoli XV -XVII.
L’affresco
aveva un aspetto abbastanza disordinato: numerose cadute della pellicola
pittorica e dell’intonachino, scritte, probabili ex voto, schizzi di
stabilitura, stuccature e ridipinture eseguite in precedenti interventi, le
alterazioni sulla figura del Cristo provocati da un piccolo incendio, alteravano
in modo molto evidente la leggibilità del dipinto.
L’intonaco
si presentava in condizione discreta: i distacchi dal supporto e dall’arriccio
erano presenti lungo la crepa che attraversa il braccio destro del Cristo e
localizzati vicino alle grosse mancanze, come rilevabile dal grafico.
Numerose
erano le malte non originali sovrammesse in precedenti restauri; nella zona
bassa a destra sopra Io strato di pellicola pittorica originale si sono potuti
rilevare: uno scialbo a calce, una ridipintura a tempera di colore arancio, una
malta a cemento, utilizzata a tamponare la crepa presente e due successive
stesure di malta a calce, riconducibili a due diversi interventi.
Nella
parte centrale in basso si sono riscontrati due strati di malta a calce e
sabbia.
Un
altro tamponamento molto esteso era presente nella parte sinistra: eseguito a
calce e sabbia, dipinto ad affresco e in seguito coperto da uno scialbo di
calce, riprendeva buona parte del cielo, parte del braccio sinistro della
Madonna, e il manto.
Le
lacune dell’intonachino erano localizzate in maggior parte nella zona dove è
dipinta la Madonna, dovute ad infiltrazioni di acque meteoriche, che hanno
provocato la perdita di parti dipinte abbastanza estese.
Erano
presenti vaste ridipinture; in particolare il cielo ha subito due interventi in
cui sono stati stesi due strati distinti a tempera di colore azzurro, con
l’intenzione di ravvivare il dipinto.
La
figura del Cristo appariva completamente alterata da una ridipintura a tempera,
malta friabile e, su buona parte del corpo, Si poteva notare la presenza di un
affumicamento, provocato dalla bruciatura parziale della piccola alzata lignea.
In
un intervento precedente, sono state ricollocate in sede parti del viso della
Madonna e del Bambino, probabilmente cadute, evitando così la perdita.
Come
prima operazione si è proceduto con l’eliminazione delle malte a tamponamento
presenti nella zona bassa del dipinto: agendo con cautela si sono eliminati ben
tre interventi successivi (due stesure di malte a calce e sabbia e uno strato di
scialbo a calce), riuscendo a recuperare buona parte dell’affresco originale
nella parte bassa a destra, dove è riapparsa la cornice originale del dipinto,
parte del cielo e del terreno.
Abbiamo
poi proseguito togliendo la malta non originale presente nella zona sinistra
della parete, che risultava deturpante per l’opera, riscoprendo una feritoia
con strombatura versa l’interno, che è stata lasciata a vista, dopo aver
tolto il riempimento eseguito in passato.
La
spiegazione più probabile della presenza di questo elemento è quella di una
trasformazione d’uso della struttura dell’attuale cappella; a pochi metri,
su un colle, sono presenti i resti del Castellaccio, di epoca longobarda, e
l’originaria pianta quadrata della cappella, visibile anche nella mappa del
Catasto teresiano del 1723, fanno presupporre un suo utilizzo dapprima come
torretta d’avvistamento, e poi, persa la funzione militare, la sua
trasformazione in edificio religioso, con l’esecuzione dell’affresco e il
successivo ampliamento della struttura con la costruzione del portico antistante
nel XVIII secolo, come rilevabile dalle mappe.
Un’altra
feritoia. simmetrica e in linea con la prima, è stata localizzata a destra, al
di sotto dell’affresco originale, come segnalato dalla foto.
La
pulitura è stata eseguita con AB57 a tampone, per togliere Io sporco
superficiale e le ridipinture meno resistenti, mentre nelle zone coperte da
malte aggiunte è stata condotta ad impacco in modo da ammorbidire gli strati
sovrammessi e rendere meno traumatica la rimozione degli strati estranei
all’originale; in questo modo, si è riusciti a recuperare buona parte
dell’originale, riscoprendo la cornice del dipinto.
Successivamente
è stata eseguito il discialbo a secco, a bisturi delle ridipinture a
tempera eseguite durante interventi di restauro precedenti, riuscendo a
recuperare la cromia originale del dipinto: il cielo presentava due successive
stesure a tempera e si è riscoperta, in alto, la stessa cornice recuperata in
basso.
Dopo
aver proceduto con i consolidamenti dei distacchi tra supporto e arriccio e tra
arriccio e intonachino, presenti soprattutto nelle zone interessate da
infiltrazioni d’acqua, si è passati alla stesura delle “malte neutre”,
intervento che permette di avere una lettura delle vicissitudini del
dipinto, e che nello stessa tempo evita la ricostruzione di zone estese, con il
rischio di falsare l’originalità dell’opera.
La reintegrazione delle stuccature è stata eseguita con il metodo della selezione cromatica, in linea con le attuali tendenze del restauro, che si basano sulla riconoscibilità e sulla reversibilità degli interventi.

Cappella di S. Ambrogio: affresco restaurato
Indagine
sul pigmento verde del manto della Madonna
L’immagine
delta Vergine, nella cappella di S. Ambrogio è raffigurata con un mantello
verde; dal momento che iconograficamente la Madonna viene rappresentata con una
veste rossa e il manto blu o azzurro le ipotesi potevano essere due:
-
l’artista ha usato questo colore per una scelta personale stilistica,
superando il rigido schema del manto blu,
-
l’artista aveva in origine utilizzato un colore azzurro, che nel tempo,
a causa di fattori quali l’umidità e la luce, si è trasformato
chimicamente
dando origine a malachite di colore verde.
Con
indagini visive è impossibile stabilire se l’una o l’altra ipotesi sia
valida; e in questo caso ci è stato di notevole aiuto il ricorrere a delle
indagini scientifiche molto sofisticate che hanno permesso di sciogliere ogni
dubbio.
Comparando
le composizioni chimiche dei pigmenti, con i risultati ottenuti dall’analisi
al microscopio a scansione elettronica, si è potuto stabilire che il pigmento
usato è la terra verde e quindi che l’artista ha operato una scelta
espressiva personale nella rappresentazione dell’immagine di Maria.
Nell’analisi qualitativa e quantitativa
degli elementi presenti net campione analizzato si può notare la presenza
abbastanza elevata in percentuale di silice (Si), alluminio (Al), calcio (Ca) e
ferro (Fe), componenti caratterizzanti il pigmento Terra verde.
TERRA
VERDE
o
terra di Verona, Creta viridis, Appianum, Verde tirolese.
Composizione
chimica:
Pigmento
inorganico naturale, composto da due minerali: la glauconite e la celadonite.
Silicati
di ferro, magnesio, alluminio e potassio (argilla magnesiaca, colorata da
silicato terroso).
Peso
specifico 2,5- 2,7
Componenti:
chiara
scura
Acqua
igroscopica
2,78
1,79
Acqua
combinata
4,00
3
Ossido
di ferro (fe203)
24,80
20,70
Ossido
di magnesia e sodio
11,84
12,37
Ossido
di calcio e alluminio
6,23
7,25
Ossido
di manganese
tracce
Silicati
insolubili
48,20
51,25
Storia
del pigmento:
E’
stato usato fin dall’antichità, particolarmente dai pittori italiani. Ne
parla Vitruvio nella sua citazione dei colori nativi; dopo aver parlato dei
rossi e dei bianchi, dice che: “la creta verde nasce anch’essa in parecchi
luoghi, ma la migliore è quella di Smirne”. Dai Greci era chiamata "deodotios",
poichè Teodoto era il nome dell’uomo sul cui fondo fu rinvenuto per la prima
volta questo genere di creta.
Nel
Rinascimento italiano fu molto usato, in particolare nella preparazione degli
incarnati.
Nel
Duecento, sostituì il bolo nella preparazione dei fondi argentati.
E’
il verde raccomandato per dipingere ad affresco nei testi antichi,
particolarmente da Cennino Cennini, da Dioniso di Fourna, da Pozzo nella
"Breve istruzione per dipingere a fresco" e da Vitruvio.
Viene
usata anche oggi, nonostante sia difficile da reperire perchè è imitata con
miscele di Blu di Prussia e gialli di cromo (verde di croma).
Metodi
di analisi
Proprietà
generali del pigmento:
E’
stabile alla luce e agli agenti chimici; calcinato assume una colorazione
rosso-bruna (terra verde bruciata), di aspetto terroso, la cui tonalità varia
da un verde chiaro allo scuro, fino allo scurissimo.
E’
un verde di tinta spenta con un medio potere coprente.
Proprietà
ottiche:
All’esame
microscopico, in luce riflessa, si presenta in forma di particelle
rotondeggianti, abbastanza grosse e a volte rugose, la cui composizione non è
omogenea. Si notano infatti cristalli trasparenti di quarzo, silicati ed ossidi
di ferro, di vario colore:
verde
scuro, azzurro, giallo, rosso. I grani sono birifrangenti a Nicol incrociati,
con colori di interferenza non molto evidenti.
Compatibilità
con altri pigmenti:
Si
può miscelare con tutti i bianchi e con tutti i colori fissi.
Prove
microchimiche
All’analisi
chimica risulta principalmente costituita da ferro, silice e silicati; da notare
anche la presenza di alluminio, magnesia ed impurezze vane.
Il
Microscopio Elettronico a Scansione (S.E.M.)
Questo
tipo di microscopio è basato sull’utilizzazione di onde elettroniche al posto
di onde luminose e quindi sull’impiego di un’ottica elettromagnetica.Il
S.E.M è in grado di fornire, a differenza degli altri tipi di microscopi,
immagini molto realistiche di un oggetto caratterizzate da un elevatissimo grado
di definizione e che richiamano la sua forma tridimensionale; in definitiva
immagini assai più simili a quelle a noi famigliari, come si può vedere dalle
foto del campione analizzato.
L’immagine
viene formata non dagli elettroni che attraversano il campione, ma da elettroni
secondari emessi punto per punto dalla superficie dell’oggetto che viene
colpito da un sottilissimo fascio di elettroni.
L’immagine
si forma da una sequenza temporale di effetti, in maniera simile a quanto accade
nella televisione; un fascio focalizzato sottilissimo di elettroni esplora
sistematicamente a bassa velocità il campione o, come si dice, ne esegue la
scansione.
Gli
elettroni secondari emessi in sequenza temporale da ogni punto esplorato del
campione, vengono raccolti da un adatto collettore.
Il
segnale viene amplificato e inviato ad un tubo a raggi catodici mediante il
quale viene restituita su uno schermo l’immagine ingrandita dell’oggetto che
può essere registrata fotograficamente.
E’
necessario che la superficie del campione sia tutta a potenziale elettrico
costante, cioè elettricamente conduttiva.
Se
il campione contiene materiali che non conducono l’elettricità, bisogna
renderne conduttiva la superficie ricoprendola di un sottilissimo film di
materiale conduttore (di solito oro o carbonio fatto vaporizzare e depositare in
film sottile sotto vuoto).
La
superficie del campione rimanda elettroni, che vanno a formare l’immagine, e
raggi X che rendono possibile l’analisi elementare qualitativa e quantitativa
su una piccola area di pochi microns quadrati di un campione (vedi grafici).
Analizzando
con uno spettrometro le lunghezze d’onda dei raggi X emessi, è possibile
risalire all’identità dell’elemento bombardato e alla quantità presente.
Indagini
stratigrafiche
Ogni
restauro architettonico che rispetti il monumento nella sua materia e nella sua
storicità, deve basarsi su indagini preliminari sistematiche e complete, perché,
solo attraverso la conoscenza approfondita e metodologicamente corretta del
monumento con le sue caratteristiche estetiche, storiche, costruttive e
funzionali, è possibile sviluppare un progetto appropriato di
conservazione, restauro e recupero.
Nelle
indagini preliminari un ruolo importante spetta alla cosiddetta indagine
stratigrafica, che risulta collegata, nell’ambito più vasto dell’indagine
conoscitiva, ad un rilievo “archeologico” del monumento architettonico:
dalla “pelle” del monumento, dai vari strati di tinteggiature e pitture
decorative, l’analisi si estende ai supporti, a intonaci, malte di posa,
murature ecc. e contribuisce cosi a comprendere non solo l’aspetto decorativo,
ma anche la storia costruttiva di un monumento in tutti i suoi elementi
strutturali.
La
metodologia dell’indagine stratigrafica si basa sull’analisi morfologica
degli strati ritrovati; l’interpretazione delle stratigrafie sarà poi
completata e sostenuta dalle osservazioni tratte dal rilievo, da fonti
d’archivio e dalle analisi chimiche dei materiali ritrovati.
La
tecnica d’indagine si attua dapprima con un’analisi visiva: approfittando
dei dislivelli presenti su una parete e di zone scoperte già presenti (zone
lacunose o crepe) si possono riscontrare i vari strati presenti, non solo delle
tinteggiature, degli intonaci e delle decorazioni, ma anche trarre osservazioni
sui materiali e le tecniche usate e sullo stato di conservazione.
Partendo
da queste conoscenze si può passare alla seconda fase dell’indagine, attuando
dei piccoli campioni di scopritura a “scaletta”, dei vari strati esistenti e
arrivando fino ai supporti.
Attraverso
queste indagini è possibile individuare elementi non visibili, come affreschi
coperti da strati successivi, porte e finestre tamponate durante interventi più
recenti, fratture e tamponamenti nei supporti che indicano modifiche strutturali
e simili.
Considerando
individualmente una singola stratigrafia, non risulterà comprensibile o potrà
sembrare di scarso interesse storico ed artistico; paragonando invece gIi strati
ritrovati nei diversi sondaggi, confrontando materiali e tecniche adoperati e
cercando uno strato conduttore presente nei diversi campioni, si potranno trarre
conclusioni sull’aspetto di un’architettura, dei suoi elementi strutturali e
del suoi rivestimenti, ricostituendo così diacronicamente i cambiamenti
intercorsi durante i secoli.
Legenda
delle stratigrafie:
S Supporto
A Arriccio
I
Intonaco
a
Primo strato
b Secondo strato
c Terzo strato ecc.
“Carta
1987 della conservazione e del restauro degli oqgetti d’arte e di cultura”
…..
Conservazione:
I’insieme
degli atti di prevenzione e salvaguardia rivolti ad assicurare una durata
tendenzialmente illimitata alla configurazione materiale delI’oggetto
considerato
Prevenzione:
I’insieme
degli atti di conservazione, motivati da conoscenze predittive al più
Iungo termine possibile, suII’oggetto considerato e sulle condizioni del suo
contesto ambientale
Salvaquardia:
qualsiasi provvedimento conservativo e preventivo che non implichi interventi
diretti sulI’oggetto considerato
Restauro:
qualsiasi intervento che, nel rispetto del principi della conservazione e sulla
base di previe indagini conoscitive di ogni tipo, sia rivolto a restituire
all’oggetto, nei limiti del possibile, la relativa leggibilità e, ove
occorra, l’uso
Manutenzione:
l’insieme degli atti programmaticamente ricorrenti rivolti a mantenere le cose
di interesse culturale in condizioni ottimali di integrità e funzionalità,
specialmente dopo che abbiano subito interventi eccezionali di conservazione e/o
restauro.
Conservazione
e restauro possono non essere uniti e simultanei, ma sono complementari e in
ogni caso un programma di restauro non può prescindere da un adeguato programma
di salvaguardia, di manutenzione e prevenzione.
Istruzioni
per l’esecuzione di interventi di conservazione e restauro su opere a
carattere plastico, pittorico, grafico e d’arte applicata
La
prima operazione da compiere, in ogni intervento su qualsiasi opera d’arte o
cimelio storico, è un’accurata ricognizione dello stato di conservazione
dell’oggetto di per sè e delle condizioni ambientali in cui è stato
ed è custodito.
In
tale ricognizione rientra l’accertamento e, per quanto possibile, cui
l’oggetto è stato ed è conservato. A tale riguardo è molto
importante la documentazione storica dei dati forniti dagli strumenti sulle
escursioni termiche, bariche, idrometriche e anche su quelle fototropiche
dell’ambiente in cui è custodito, nonchè su quelle inerenti l’intero
edificio.
…..
Per
quanto riguarda le condizioni di conservazione intrinseche dell’oggetto è fondamentale
l’accertamento del modi dell’esecuzione tecnica e del materiali adoperati,
distinguendo le parti originarie da quelle spurie o aggiunte e determinandone
approssimativamente le rispettive datazioni...
Tale accertamento, che in prima istanza si intende comunque autoptico, dovrà, nei limiti del possibile,essere corroborato da analisi ed esami a carattere fisico, chimico e numerico, scelti con assoluta priorità tra quelli non distruttivi
…..
Per quanto riguarda i dipinti murali o su pietra, terracotta o altro supporto e che siano comunque in condizioni di amovibilità, occorrerà assicurarsi delle condizioni del supporto in relazione all’umidità, definire se si tratti di umidità di infiltrazione oppure formatasi per condensazione o per capillarità, eseguire del prelievi della malta e del conglomerato del muro e misurarne il grado di umidità. Qualora si notino o si suppongano attacchi di biodeteriogeni, anche su questi ultimi andranno esperite specifiche analisi.
Previdenze
da tenere presenti nell’esecuzione di interventi di conservazione e restauro a
pitture murali e mosaici
…
prima
di iniziare qualsiasi intervento, sarà necessario determinare nel modo più
preciso la tecnica di esecuzione e i materiali usati. Contemporaneamente occorre
rilevare gli aspetti del degrado e individuarne le cause. Prima di ogni
operazione conservativa sui dipinti è necessario in primo luogo risanare
l’ambiente ed eliminarne ogni causa di aggressione.
Le prime operazioni riguardano il ristabilimento della coesione e dell’adesione dei vari strati. I materiali da usare per tali operazioni dovranno essere scelti e vagliati da una serie di prove di laboratorio, comprensive di invecchiamenti naturali di almeno quindici anni, che ne garantiscano l’asportabilità e l’inalterabilità nel tempo a livello strutturale ed ottico.
La
pulitura, per mezzi e metodologie, può attenersi alla prassi seguita per i
dipinti mobili salvo che per la rimozione delle incrostazioni saline poco
solubili, per Ie quali si rimanda alla letteratura esistente..
I
dipinti murali sono parte integrante dell’architettura, quindi la loro
trasposizione sarà giustificata, anche se sempre traumatica, solamente nei casi
di edifici o supporti che debbano essere distrutti o rimossi o di catastrofi
(terremoti, incendi, alluvioni, ecc.) ed eccezionalmente, palinsesti.